Category Archives: Italian Prisoners of War India

Tobruk (Libia) 21 gennaio 1941 Part 1

Above Featured Photo: Gianni Senici 1985. Aged 69 years.

It is a privilege to honour the journey of Giovanni Senici, as recreated by his son Fabrizio Senici in his book P.O.W. No. 48664 Prisoner of War. Fabrizio has researched extensively his father’s story which included a visit to Australia in 2017, to walk in his father’s footsteps. Disponible su / Available on: AMAZON  and IBS LIBRI

Part 1…

Non riesco a credere che sono ancora vivo. Mi appoggio al muro, chiudo gli occhi e cerco con la mano la mia piastrina di riconoscimento. Mi dà sicurezza quel pezzo di ferro con su il mio nome. Se dovessi morire, penso, almeno sanno chi sono.

Sì, perché qui si aspetta solo di morire. Certo, se mi avessero detto che la guerra era questa, mica sarei partito fischiettando da Concesio quando mi hanno richiamato il 1° maggio.

Ho in mente questa cosa da stamattina, quando per un momento le bombe hanno smesso di fischiarmi sopra la testa. È stata dura perché sono due notti che ci bombardano. Da terra, dal mare e dal cielo. Sembra la grandinata del 1936. Una grandine così a Brescia non l’avevano mai vista. I chicchi erano grossi come uova e hanno spaccato su tutto: tetti, carri, le automobili, i vetri delle case. Ecco, le bombe degli inglesi oggi hanno fatto quella stessa roba lì, solo che i buchi sono molto più grandi.

Sono due giorni che me ne sto rintanato nella mensa ufficiali. E chi ha più avuto il coraggio di mettere fuori il naso! Sono un cameriere io, mica uno che spara. E per fortuna che non mi sono più mosso da qui, se no addio Gianni, e chissà perché rido mentre sento gli areoplani che volano bassi su Tobruk. Sarà la paura.

È mattino presto, quasi l’alba. Spio fuori dai sacchi che abbiamo messo da dieci giorni fuori dalle finestre della sala mensa. I caporioni lo sapevano da un bel po’ che saremmo stati attaccati, ma si sono guardati bene dal dircelo.

E gli ufficiali allora? Ah, quelli poi sono tutti impazziti. Qui non si capisce più niente di chi comanda e di chi non comanda. Prima ti danno un ordine, poi te ne danno un altro e intanto giù bombe. Non ho ancora finito di pensare a questa cosa che entra di corsa un alto ufficiale. Riconosco che è un colonnello dalla torretta con le tre stelle d’oro che porta sulla divisa. È tutto impolverato e perde sangue da un braccio.

Sono da solo qui dentro, e non ci dovrei stare. Che faccio? Lo saluto o non lo saluto? Poi scatto sull’attenti: «Soldato semplice addetto alla mensa ufficiali Senici Giovanni, 67a divisione Sirte» dico, e resto lì aspettando un ordine di “riposo”, ma quello passa fuori che sembra non vedermi nemmeno, allora mi rilasso e gli dico: «Sta bene, signor colonnello?».

Lui si gira, si tocca il braccio e sorridendo senza guardarmi mi dice: «Stavo meglio prima. Comunque non è niente, soldato. Grazie».

Ostia! Mi sorprende di più quel “grazie” che non trovare un po’ di acqua qui a Tobruk, e allora gli rispondo: «Prego, signor colonnello» ma in verità avrei voluto chiedergli «Che facciamo?».

E lui fa una cosa che non dimenticherò. Mi mette il braccio sano sulla spalla e mi dice: «Pensa a portare a casa la pelle, giovanotto, che qui siamo tutti come morti che camminano» e così dicendo se ne va: apre la porta delle cucine ed esce come se niente fosse, aggiustandosi l’elmetto sulla testa.

Volevo dirgli di stare attento, ma mi rimetto dietro i sacchi e lo vedo, testa alta e petto in fuori, attraversare la piazza dove ancora resiste il monumento di Mussolini con la scritta VINCERE.

Guardo quel colonnello gentile che mi ha detto “grazie” e un momento dopo non c’è più. Una granata li ha disintegrati insieme, lui e il monumento di Mussolini.

D’istinto mi tiro indietro. Ho le orecchie che fischiano per il gran botto e il cuore che batte forte in gola. Mi viene da piangere tanta è la paura. Me lo diceva sempre mio padre che noi soldati siamo solo carne da macello e che i governi sono i macellai. Non gli volevo credere, l’era semper cioc. [era sempre unbriaco]

Mi siedo su una seggiola e accendo una Milit. Tiro lunghe boccate che sentono proprio di merda e bruciano la gola e mi ricordo che ho sete.

Acqua dai rubinetti non ne viene, gli inglesi hanno bombardato per prima cosa i nostri pozzi. Allora mi attacco a una bottiglia di vino spumante mezza vuota, lì da chissà quanto.  

Adesso qui dentro, in questa cucina, è tutto calmo. Fuori c’è la guerra: scoppi, boati, urla, i cingolati che fanno un fracasso della madonna, ma qui dentro c’è una pace che si sta quasi bene. Mi fumo la mia sigaretta fino a scottarmi le dita e finalmente mi decido ad alzare il culo dalla seggiola.

Dài, forza, mi dico che l’ultima sigaretta l’ho fumata e poi penso che morirò come quel colonnello. Torno a guardare fuori dai sacchi e vedo un gruppo che corre rasente il muro del palazzo ad angolo e allora vado: mi affaccio fuori dalle cucine e prendo tutto il coraggio che ho per uscire fuori allo scoperto.

Davanti a tutti c’è un sergente che grida forte per farsi sentire sopra gli scoppi, la polvere e la gran confusione. Corro con loro con le mie braghe bianche da cameriere. Capisco che faccio anche un po’ ridere.

Tutti gridano tutto:

«Corri, corri!».

«Non fermarti!».

«Caporale, raduna i tuoi!».

«Dài, dài veloci, veloci, madonna!».

«Tenete giù la testa, tenete giù la testa!».

«Oh sergente, sono da tutte le parti questi inglesi di merda!».

Ci fermiamo un momento. Al riparo di una casa sventrata. Giro lo sguardo sui miei compagni, ma non ne conosco nessuno. Per forza mi dico, a Tobruk saremo in ventimila.

«Telefonista, chiama il comando, chiedi rinforzi!».

«Comando, comando, qui è la sessantasettesima… comando, comando… non rispondono, sergente!».

«Ma dov’è il 6° con i 50 millimetri, dove cazzo sono?».

«Dài, via di qui, non c’è più niente da fare!».

«Dài via di lì, venite via!».

«State giù, state giù!».

«Dài tutti dentro qui, al riparo, al riparo!».

Sapevo che la città era piena di bunker che sarebbero serviti proprio in caso di ultima, estrema difesa. Quelli davanti aprono con fatica la pesante porta in metallo che non vuole saperne di cedere sotto le spallate disperate dei primi della fila. Finalmente entriamo. C’è puzza di cantina ammuffita.

«Sergente, non si vede una madonna qui dentro».

«Caporale mettiti allo spioncino».

«Oh sergente fuori è pieno di inglesi».

«Caporale, non sono inglesi sono australiani».

«Peggio ancora, al corso ci hanno spiegato che questi sono come delle bestie!».

23rd January 1941 TOBRUK – LOOKING ALONG THE PIAZZA BENITO MUSSOLINI, AFTER THE ENTRANCE OF THE BRITISH FORCES. (AWM Image 005416 NEGATIVE BY F. HURLEY).

Storia di un contadino italiano in Australia – parte 1: la cattura e l’inizio del viaggio

by Elena Fortini

Nella maggior parte dei libri di storia le migliaia di uomini catturati e fatti prigionieri durante i due conflitti mondiali che hanno segnato il Secolo breve figurano solo come numeri, una perdita inevitabile nell’economia di guerra. Eppure, si tratta di una parte non trascurabile del nostro passato: ogni uomo partito al fronte vi ha portato parte di sé, una storia nella Storia che non possiamo permetterci di dimenticare. Per questa ragione voglio raccontare la prigionia di mio zio Vincenzo, un modesto contadino cremonese che si è trovato a coltivare le immense distese australiane.

Vincenzo Ambrogio: Uncle of Elena Fortini (photo courtesy of Elena Fortini)

Vincenzo Ambrogi nasce il 5 settembre 1917 a Soncino, un piccolo borgo medievale in provincia di Cremona. Primo di 7 figli tra cui mia nonna Rosa, detta Carla, il 2 settembre 1938 viene chiamato alle armi in qualità di caporale nel 45° Reggimento Artiglieria Divisionale “Cirene”. Dopo un breve passaggio a Bari, l’11 settembre a Napoli si imbarca per la Libia; due giorni dopo sarà a Bengasi.

Map of Western Desert Campaign 1941/42 (https://www.wikiwand.com/en/Operation_Compass)

A seguito dell’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, il 10 giugno 1940 il territorio libico è dichiarato in Stato di guerra. A settembre la Divisione partecipa alla prima offensiva italiana in Egitto, ma la controffensiva britannica non si fa attendere: dopo una serie di attacchi che provocano importanti perdite, a dicembre la Divisione è costretta a ripiegare entro la cinta fortificata di Bardia, vera roccaforte italiana in Libia. L’esercito italiano non resisterà a lungo: il 5 gennaio 1941 Vincenzo è catturato, insieme a migliaia di altri soldati, dall’esercito inglese, in quella che è passata alla storia come la catastrofica sconfitta di Bardia.

6th January 1941 BARDIA. A GROUP OF ITALIAN PRISONERS BEING BROUGHT IN BY THE A.I.F. DURING THE MOPPING UP OPERATIONS IN THE SURROUNDING HOLES. (AWM Image 004904 NEGATIVE BY F. HURLEY).

Da qui, dopo chilometri e chilometri percorsi a piedi nel deserto nordafricano, raggiunge il campo di concentramento 309, in Egitto, e successivamente il campo 308, entrambi nell’area di Alessandria. Da alcune relazioni stilate da inviati della Croce Rossa Internazionale si evince che la situazione dei prigionieri non era delle più terribili: tolto che la maggior parte dormiva per terra, direttamente sulla sabbia, a causa della scarsità di tende a fronte dell’arrivo massiccio di uomini (successivamente verranno costruite delle baracche dai prigionieri stessi), a ciascuno venivano date in dotazione due coperte per proteggersi dal freddo; i prigionieri indossavano la propria divisa e venivano consegnate scarpe nuove a chiunque ne avesse bisogno. Il cibo, preparato dagli italiani stessi, era razionato in quantità sufficienti, e durante le lunghe giornate d’attesa sono documentate persino partite di calcio. Sul campo era presente un cappellano militare per l’assistenza religiosa, mancavano però libri da leggere e i prigionieri lamentavano di non ricevere notizie per posta dai propri famigliari.

La prossima tappa del viaggio di Vincenzo sarà Suez, il vero polo di smistamento: qui i prigionieri saranno divisi e inviati nelle più svariate colonie inglesi; è il vero inizio della traversata che porterà mio zio all’altro capo del mondo. Ogni prigioniero segue sorti diverse: c’è chi viene inviato nel Regno Unito, chi nel Medio Oriente, chi ancora in Sudafrica. Il 30 novembre 1941 Vincenzo si imbarca per l’India. Arriverà a Bombay il 16 dicembre e sarà internato nei campi 9 e 12, entrambi nell’area di Bhopal, nell’India nord-occidentale. In una cartolina compilata per la Croce Rossa Internazionale scrive di essere stato catturato illeso e di stare bene.

Click: Arrival of Italian prisoners in Bombay

Il 20 aprile 1942 scrive la seguente lettera indirizzata alla famiglia e mai giunta a destinazione:

“Carissimi genitori, dopo lunga assenza di vostre notizie, non sapendo il perché di tutto questo mentre invece ho ricevuto notizie da Alberto, il cugino della cascina Fornace, alla cui cara lettera tuttavia non posso rispondere, la quale mi ha molto rallegrato sentendo le sue parole di giovane militare, e il rientro di Giulio, mio fratello, in patria dalla sua prigionia. Miei cari voi, sapete che non posso rispondere a tutti coloro che mi scrivono, perciò lascio a voi i miei più graditi saluti con una stretta di mano di vero cugino affettuoso. Ma appena potrò […] a tutti darò un mio saluto e un invito di arrivederci presto. Miei cari, da che mi trovo nelle Indie ho ricevuto 4 lettere, una del cugino e tre di Gina [la maggiore delle sorelle]. Desidero notizie dai dintorni e dai cugini. Non pensate male che tutto passa e ringraziamo sempre Iddio che tenga sempre la salute e un dì ci rivedremo.
Termino rilasciandovi i miei più sinceri saluti a tutta l’intera famiglia, e un bacio all’ultimo piccolino e Babbo e Mamma. Saluti parenti e riconoscenti da sempre, Vincenzo”

Camp 9 India: General View of Camp, Italians packed up ready to move to another camp, models of planes made by the Italians (ICRC VP-HIST-03470-07, VP-HIST- 03470-12, VP-HIST- 03470-30A)

Sappiamo però che il periodo in India è stato probabilmente il più difficile dell’intera prigionia: il clima duro, la scarsità di cibo e le disastrose condizioni igieniche dei campi indiani, unitamente al pericolo causato dagli insetti portatori di malaria, facevano sì che molti prigionieri si ammalassero, anche gravemente. In particolare, i campi dell’area lagunare di Bhopal, dove si trovava mio zio, erano noti per l’aria estremamente malsana. Lo stesso Vincenzo trascorse più di due mesi nell’ospedale del campo, e subì un’operazione. La situazione precaria e la persistente incertezza sul futuro spingevano molti a tentare il gesto estremo.

Ma la storia di Vincenzo è diversa. Nel gennaio 1944 lascia infatti il subcontinente indiano e viene imbarcato sulla nave Mariposa: direzione Melbourne, Australia.

Continua…

1944-03-28. AERIAL PORT BOW VIEW OF THE AMERICAN TRANSPORT SS MARIPOSA WHICH MADE FIVE TROOP CARRYING VOYAGES TO AUSTRALIA BETWEEN 1942 AND 1944. (NAVAL HISTORICAL COLLECTION) (AWM Image 303592)

Young men full of hope and dreams..

By the time Filippo Granatelli arrived in Australia in February 1945, he had already served 6 years in the Italian army, had been captured in Asmara  Eritrea on 6th May 1941 and spent close to 4 years in POW camps in India.

Granatelli Asmara 28 December 1939 lower left - Copy

Filippo (standing front row left and friends) December 28 1939

(photo courtesy of Veniero Granatelli)

On  20.2.45, an Australian War Diary communicates, “350 Italians to SA for onward movement to WA.”  The date is significant: it was Filippo’s 30th birthday.  He had arrived in Melbourne on 13.2.45. This was his first birthday in Australia.

The die is cast,  Filippo Granatelli is to travel from Melbourne Victoria to Western Australia via South Australia. He was one of 155 Italian prisoners of war who arrived in Western Australia on 24.2.45.

In Western Australia he is sent to the Karrakatta Hostel, the Bunbury Hostel (State Forestry  firewood cutting and Department of Agriculture, hay harvesting, potato digging) before working on a farm in the Moora district (W25).

Movement Orders for PWIX GWM 20.2.45

from AWM52 1/1/14 Headquarters Units January to April 1945

 

But what of the young men like Filippo who fought Mussolini’s war in Eritrea?

Filippo kept a small number of photos from this time which gives us an insight into these young men and a very special thank you to his son Veniero for sharing these photos.

Granatelli right in helmet - Copy

Filippo Granatelli seated right 

(photo courtesy of Veniero Granatelli)

Granatelli Dicembre 1939 first on right - Copy

Asmara December 1939 Filippo Granatelli seated right 

(photo courtesy of Veniero Granatelli)

 

Young men enjoying their adventure

1st photo: Filippo right and 2nd photo Filippo standing Cappadocia July 1937

(photo courtesy of Veniero Granatelli)

Cappadocia was one of the training camps for Filippo during his compulsory military service.  The above photo and the certificate below, reminders of  22 year old Filippo’s youth.

War and imprisonment were to shape many young men’s futures.

Cappadocia 1937

Diploma for Filippo Granatelli 4.8.37 Cappadocia

(photo courtesy of Veniero Granatelli)

 

Watch this film on Eritrea : Eritrea’s Last Stand

 

The Footprints Project

Footprints of Italian Prisoners of War Project is a community project supported by Australians in six states and Italian families in sixteen countries.**

Did you know?

The website operates as a ‘virtual’ museum and library.

Over 300 articles have been written for the website.

The website has a wide reaching readership to over 120 countries!

What makes this research unique and diverse?

Perspective.

Contributions have come from far and wide:  farmers, farmers’ wives, farming children, the town kids, families of Australian Army interpreters, children of Italians who were prisoners of war, Italians who were prisoners of war, the local nurse, the mother of an ex-POW, government policy and reports.

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What does the research encompass?

Website: italianprisonersofwar.com

Facebook Page: Prigionieri di guerra Italiani in Australia

Music Book: Notations for songs and dance music by Ciccio Cipolla.

Farm Diary: daily notations regarding farm life during war time including information on Italian POWs and Land Army Girls.

Feature article in Corriere della Sera [Italy] in March 2021.

Memories in Concrete: Giuseppe Miraglia from Enna Sicily and Adriano Zagonara from Bagnara di Romagna Ravenna.

Donations to the Australian War Memorial of two artefacts made by Gympie Italian prisoners of war

Two publications: Walking in their Boots and Costanzo Melino: Son of Anzano (in collaboration with Rosa Melino)

Journey of two Italian families from Italy to visit Queensland and ‘walk in the footsteps of their fathers’: Q1 Stanthorpe and Q6 Home Hill

POW Kit Bags: Adriano Zagonara and Sebastiano Di Campli

The Colour Magenta: The Australian prisoner of war uniform for Italians, Japanese and Germans.

Handbooks: L’Amico del Prigioniero, Pidgin English for Italian Prisoners of War, Piccolo Guido per gli Italiani in Australia

Voices from the Pasttestimonials from Italian soldiers who worked on  farms.

Letters written by Italian prisoners of war to family in Italy, to their Queensland farmers and to the children of farmers, written by mother of an Italian POW to a Queensland nurse, written by the Italians to their interpreter, Queensland farmer to Italian, letters written between Italian POW places in different states.

Photographs of Italian soldiers in full dress uniform, Italian soldiers in Italian and Libya during training, Italians as POWs with their farming families, Italians on their Wedding Day and with their families, Italians in POW camps in India.

Handmade items: embroideries, wooden objects, cellophane belt, silver rings, paintings, cane baskets, metal items, chess sets, art work, theatre programs.

Contributions by twelve Italian families whose fathers and family returned to Australia as ‘new Australians’.

Identification of buildings used as prisoner of war accommodation.

Publication of three guides for Italian families to assist in their search for information about their fathers and grandfathers.

Collaboration with numerous Italian and Australian families; local museums and family history associations; journalists; translators; collectors of historic postal items; local libraries.

Discussion about our Queensland research at conference in Catania Sicily May 2019 on prisoner of war experiences .

My Wish List

In the beginning:

I had one wish, to find one Queensland family who remembered the Italians working and living on their farm. Thank you Althea Kleidon, you were the beginning with your photos and memories of Tony and Jimmy.

My adjusted wish list, to find three photographs of Italian POWs on Queensland farms. Then came Rosemary Watt and Pam Phillips with their collection of photos, a signature in concrete and a gift worked in metal.

….

Now:

To have the three Finding Nonno guides translated into Italian.

If I win Gold Lotto, to have Walking in their Boots translated into Italian or an upgrade to the website.

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**What does the future hold

Currently there are three Italian based projects in progress which will further enhance and promote this research.

After six years of research, over 300 website articles, two publications, thousands of emails, visits, interviews, cataloguing etc …

I plan to go at a slightly slower pace.  I will continue to work offline and in the background answering questions, assisting families and adding to this historical collection.

Background

What started out as a personal journey to read about the Italian POW Camp outside of Home Hill has resulted in a comprehensive, diverse and rich collection of stories, letters, photographs, testimonies, artefacts, music, newspaper articles spanning over 80 years: the battles in the Mediterranean and in Libya 1940 to the present.

Over the past six years, I have heard these words many times over, “but you have it wrong, there were no Italian prisoners of war in Queensland”.

And this became a focal point for the research: to record this chapter in Queensland’s history before it was completely forgotten.

But like ripples in a pond,  Queensland’s history of Italian POWs expanded across and was part of a greater history and so the project extended and expanded: to other Australia states and to Italian families in sixteen countries around the world.

Join the journey and follow the footprints of the Italian prisoners of war.

Diario di un Prigioniero di Guerra Italiano 4

15-7-41 . . .Questa mattina ci siamo imbarcati per destinazione ignota. Naturalmente le voci che corrono sono molte. Alcuni dicono ci portano in Sud Africa, altri in India ed altri ancora in Australia. Dovunque si vada sarà sempre meglio che rimanere nel deserto. Tutti noi siamo pieni di diversi sentimenti, sappiamo che questo viaggio significa allontanarsi ancora di più dalle nostre famiglie e nessuno sa per quanto tempo, però siamo  anche pieni di quello spirito di avventura che si ha quando si parte per terre nuove e sconosciute e comunque la cosa più importante è che questo viaggio rompe la monotonia della prigionia ed aiuterà certamente il tempo a passare più in fretta. La vita a bordo, benché soggetti a stretta disciplina è abbastanza buona abbiamo da mangiare a volontà e siamo trattati bene, possiamo passeggiare sul ponte e l’aria di mare ed il riposo sta facendo bene a tutti e specialmente da un punto di vista nervoso è un gran calmante. Di notte nell’oscurità più completa, alcune volte si pensa che disastro sarebbe, se dovessimo essere silurati, ma d’altro canto ò meglio cercare di non pensarci e sperare sempre per il meglio. La vita è naturalmente sempre la stessa e siamo privi di qualsiasi notizia, chi sa quando riceverò ancora posta da casa, forse mesi e mesi passeranno prima che i miei sappiano se sono morto o vivo e prima che ricevano posta da me ed io da loro. Questa è la parte più brutta, il pensare alle sofferenze di mia moglie e di tutti i miei che chissà per quanto tempo saranno nell’incertezza. Bisogna proprio cercare di essere filosofi, tutto è destinato a finire e bisogna cercare di avere fiducia anche nelle ore più nere. Sto pensando di cominciare a studiare l’inglese, mi aiuterà certamente a passare il tempo e può darsi che mi possa essere utile in futuro, c’è un proverbio che dice, non tutti i mali vengono per nuocere, ed allora certe volte comincio a sognare ad occhi aperti e dopo la prigionia mi vedo stabilito con la mia famiglia in una di queste terre lontane di cui qualche volta avevo sentito parlare da paesani che erano tornati al paese a fare un viaggio e per far vedere che avevano fatto fortuna. E’ bello sognare perchè si dimentica il presente e si ha una speranza per l’avvenire, che alcune volte se si vuole veramente guardare in faccia sembra così nero che mette paura. Fra di noi vi è un soldato che è stato qualche anno in America e che parla l’inglese, domani gli voglio domandare che cominci a darmi alcune lezioni. Sarebbe interessante poter parlare con le sentinelle inglesi e vedere che cosa pensano e quale è loro attitudine, sono degli uomini e dei lavoratori come me, sono sicuro che se potessi parlare sarebbe molto interessante ed anche un grande aiuto.

15-8-’41 … E’ passato giusto un mese da quando ho scritto l’ultima volta su questo diario, il fatto è che non ho avuto niente di eccezionale che mi spingesse a rompere l’apatia e la pigrizia per prendere la penna in mano. Siamo passati da Capetown, ma naturalmente dato che proseguivamo non ci hanno fatto sbarcare e quindi a parte del porto non abbiamo visto niente altro. Appena arrivati credevamo che finalmente eravamo giunti a destinazione, ma invece dagli ordini che ricevemmo era evidente che si andava ancora avanti. Dove? Adesso il Sud Africa era escluso e rimaneva soltanto o l’India o l’Australia. Vedremo se ci fermeremo in India o se proseguiremo ancora. Fra pochi giorni lo sapre mo perchè la voce córre che saremo presto in Bombay.

Guerre 1939-1945. Bangalore. Groupe I. Camp no 1 de prisonniers de guerre italiens. Détenus devant leur tente. Word War II. Bangalore. Group I. Italian prisoners of war camp 1. Detainees in front of their tent. Au fond, un autel construit par les prisonniers.

Word War II. Bangalore. Group I. Italian prisoners of war camp 1. Detainees in front of their tent. (ICRC Image V-P-HIST-03469-04)

NB No transports of Italian prisoners of war arrived in Australia in September 1941. ‘Nonno’ would have disembarked at Bombay.

Andrea in India

Andrea Favatella had c. 3 years in India.  As many families have found, information on these ‘India’ years is difficult to locate.

For some Italians sent to Australia, depending upon the version of A.A. Form A111, that is used, the From whom received section will provide the details of the previous camp the Italian prisoner of war was at: Andrea’s last India Camp is No. 5 (Bangalore).

Favatella Andrea (NAA: MP1103/2)

The ICRC audio-visual resources offers a glimpse of Bangalore Camp 5 as seen below:

Guerre 1939-1945. Bangalore. Camp no 5 de prisonniers de guerre italiens. Vue entre les baraques d’une aile du camp. Word War II. Bangalore. Italian prisoners of war camp 5. General view between barracks in one of the wing of the camp.

1943 View between the barracks of a wing in Camp 5 Bangalore (ICRC V-P-HIST-03469-36)

Amongst Andrea’s collection of books he returned to Italy with, is a copy of Breve Raccolta di Preghiere per I Prigionieri di guerra italiani in India.  A special thank you to Nino Favatella for sharing a photograph of his father’s prayer book. 

Religion was important to the Italian prisoners as is highlighted by the art work produced with religious images, the prayer cards the Italians kept, and the prayer and mass books prepared specifically for Italian prisoners of war in Egypt and Palestine, India and Australia.

Andrea Favatella’s Prayer Book from India

(photo courtesy of Nino Favatella)

Religious devotion is also illustrated with the chapels constructed within the prisoner of war camps.  The chapel below was built at Camp 5 Bangalore.

Guerre 1939-1945. Bangalore, camp de prisonniers de guerre N° 5. Extérieur d’une chapelle.

Exterior of the Chapel at Bangalore Camp 5 1943 (ICRC V-P-HIST-E-0420-7)

Connecting Italian families to this history is difficult after the passing of 75 years. 

William Shakespeare wrote: “There is a history in all men’s lives.”

Equally important: there is a history in every item your grandfathers and fathers brought home to Italy.

Made in India

Libya…India…Australia

Settimio Ceppitelli was with the 201 Reggimento Artiglierei Division 23 MARZO when he was captured 11th December 1940 near Bardia.

Crociani and Batistelli record in The Italian Blackshirt 1935-1945, “Blackshirt divisions at Sidi Barrani in December 1940; 3 Gennairo (disbanded on 10 December) was destroyed, while remnants of the ‘28 Ottobre’ withdrew to Sollum and those of the ‘23 Marzo’ to Bardia, where both were mauled and disbanded on 5 January 1941.”

A glimpse into Italian artillery soldiers can be gleaned by photos held in the Australian War Memorial.  Italian troops were equipped with modern guns yet at the same time they used old German guns made in 1916 together with 149 mm calibre guns introduced into the Italian army in 1910.

1st March 1941 NEAR BARDIA. THESE ARE THE MOST MODERN GUNS USED BY THE ITALIANS AND PROBABLY AS GOOD OR BETTER THAN ANY OTHER SIMILAR GUN IN USE IN THE CAMPAIGN. (NEGATIVE BY F. HURLEY).

5th January 1941 NEAR BARDIA – AN ITALIAN GUN USED IN THE DEFENCE OF BARDIA. CAPTAIN HOWARD (HISTORICAL RECORDS) INSPECTS THE WEAPON WITH R. MASLYN WILLIAMS. THE ITALIANS HAD A CURIOUS ASSORTMENT OF ANCIENT & MODERN WEAPONS – THIS BEING AN OLD GERMAN GUN MADE IN 1916. (NEGATIVE BY F. HURLEY).

13th December 1940 SIDI BARRANI – AMONG THE THOUSANDS OF TONS OF STORES & ARMAMENTS ABANDONED BY THE ITALIANS WAS THIS GREAT NAVAL GUN IN THE COURTYARD OF THE BARRACKS AT BARRANI. (AWM Image 004439, PHOTOGRAPHED BY F. HURLEY).

Transferred to India, Settimio embroidered Santa Lucia. Noticeable are his initials C. and S. stitched into the work and the colours of the Italian flag at the top and bottom of the pillars.

Santa Lucia is the patron saint of the blind. Santa Lucia appears to have been a popular saint as she was embroidered or painted by several Italian prisoners of war in Bangalore India as is shown in the photo below.

Immagine Santa Lucia (photo courtesy of Bruno Ceppitelli)

Guerre 1939-1945. Bangalore. Camp de prisonniers de guerre italiens. exposition d’objets d’arts fabriqués par les prisonniers. Word War II. Bangalore. Italian prisoners of war camp. Exhibition of works of art and musical instruments made by prisoners.

Objects of Art crafted by Italian prisoners of war at Bangalore India

(ICRC V-P-HIST-03480-10A)

Settimio’s other embroidery is of the Madonna del Prigioniero. It bears a striking resemblence to the statue of the Madonna del Prigioniero in Bangalore Camp Group 1. 

Guerre 1939-1945. Bangalore. Groupe I. Camp de prisonniers de guerre italiens. Monument “Notre-Dame du prisonnier”. Word War II. Bangalore. Group I. Italian prisoners of war camp. “Notre-Dame du prisonnier” monument.

Madonna del Prigioniero Bangalore Camp Group 1, India

(ICRC V-P-HIST-03474-05A)

The Madonna is standing on the world with a snake at her feet, her head is adorned with a crown, an Italian prisoner kneels at her side praying and wearing beige clothing with a black stripe, two vases of flowers sit upon the pedestal.

Madonna del Prigioniero India 1942 (photo courtesy of Bruno Ceppitelli)

Settimio arrived in Australia on 26th April 1944 onboard the Mariposa. Tranferred from Melbourne to Cowra Camp New South Wales by train, Settimio was to spend the next 2 years and 8 months at Cowra Camp.

Settimio’s nephew Bruno provides the following details: As an assistant to an officer, Settimio remained in Cowra Camp.  He returned home to Italy with a handmade banjo; he had learnt to play music by ear.

Possibly Lieut. Mario Conti from the 233 Legion CCNN Division 23 MARZO, who was also on the Mariposa, was the officer Settimio was assigned to.

No doubt Settimio prayed in the Cowra Chapel with the beautifully painted altar panels and sat in the audience of the June 1946 performance of L’Antenato [The Ancestor] a Commedia in 3 Atti by Carlo Veneziani.

Settimio returned to Italy on the Alcantara and to farming in his hometown of Soccorso Magione Perugia. His embroideries from India are now framed, a memory of those tumultuous and ‘lost’ years when young men spent their youth as prisoners of war.

Settimio Ceppitelli with his wife, Soccorso Magione Perugia

(photo courtesy of Bruno Ceppitelli)

A Portrait by Gulminelli

Brothers Marino and Mario Casadei arrived from India into Melbourne Australia on the General William Mitchell 13th February 1945.

Marino and Mario Casadei in a prisoner of war camp India (photo courtesy of Matteo Casadio)

The group of 2076 Italian prisoners of war on the General William Mitchell were the last group to be transported from India to Australia. The men were sent in all directions for farm work; as far away as Queensland and Western Australia.

From the group, 875 were sent to Cowra Camp. An unknown number did not go to farms but remained at Cowra Camp. Among the Cowra group were Marino and Mario Casadei, agriculturalists from Ravenna and Carlo Gulminelli, a clerk from Mezzano [ Ravenna].

About ten years ago Graham Apthorpe from Cowra sent the photo below of Carlo in his artist’s workspace at Cowra Camp to Matteo Casadio.

Carlo Gulminelli painted a portrait of Matteo’s grandfather Marino Casadei in September 1946. Marino’s portrait is sitting on the table, second from the left.  Marino took home his portrait: an original by Gulminelli.

Carlo Gulminelli Cowra 1946 (photo courtesy of Matteo Casadio)

Matteo explains that the family name is Casadio but the surname was registered as CASADEI for Mario and Marino in the Australian records.

Portrait of Marino Casadei painted by Gulminelli (photo courtesy of Matteo Casadio)

Marino’s grandson Matteo has recently made contact with Carlo’s son. Carlo Gulminelli continued to paint in Italy all his life. Carlo Gulminelli has become an important painter, his paintings are well rated and appreciated in artistic circles. Please clink on the following line for more information about Carlo Gulminelli : Patrimimonio Culturale dell’Emilia Romagna

BUT questions remain:

Who are the other men that Carlo painted?

Does your family have a portrait painted by Gulminelli?

A prisoner of war uniform

One type of prisoner of war uniform is the light-coloured shirt with the black diamond patch on the back and the light-coloured trousers with black stripes down the outside leg. This uniform can be found in the photographic records:

Geneifa Egypt:

Geneiffa, camp N° 306. Une section du camps.

Camp 306 Geneifa Egypt ICRC V-P-HIST-00849-01

 Zonderwater South Africa:

Camp de Zonderwater. Inauguration du bureau de poste.

Inauguration of Post Office Zonderwater ICRC V-P-HIST-03363-19A

 Bangalore Camp 2 India:

Guerre 1939-1945. Bangalore. Camp 2. Prisonniers de guerre italiens. Communion donnée par un délégué apostolique. Word War II. Bangalore. Camp 2. Holy communion given by an apolostic delegate.

Bangalore Camp 2 ICRC V-P-HIST-03474-19A

Cowra Australia:

Cowra, NSW. 1944-02-03. Italian prisoners-of-war from No. 12 Prisoner-of-War Camp using a heavy duty pulley block and tackle to pull down a large tree in a paddock near the camp. (AWM Image 064137, photographer Geoffrey McInnes)

BUT…

one uniform has survived the passing of time.  The uniform was saved from a bonfire of disposal prisoner of war uniforms by a camp guard. It is now in the hands of Anthony who has graciously shared photos.

Prisoner of War Uniform: Trousers (photo courtesy of AC)

Prisoner of War Uniform: Jacket (photo courtesy of AC)

Anthony has also shared photographs of Prisoner of War Capture Tags. Printed by the US Government February 1942, they raise the question:
Was a similar tag used for those Italian prisoners of war captured 1940 and 1941? Looking through archived photos of Italians captured at Sidi el Barrani, Bardia, Tobruk and on the move in Palestine, no capture tags are seen. Did the British forces in Libya, Eritrea and Ethiopia use capture tags?

It would be interesting to know if any Italians wrote about the capture tags in their journals or memoirs.

Prisoner of War Capture Tags US Government Issue

(photos courtesy of AC)

Prisoner of War Uniforms

Sometimes it is the little items which catch my eye.

Prisoner of war uniforms has left me quite perplexed.

For a few years now, I had noticed the black stripe down the side of trousers.  This however only seemed to be for Italian POWs who had time in India.

This was confirmed by Domenico Ferulli’s recollections:

Ad Ismailia, località al centro del canale di Suez, sono cinque giorni chiusi un un recinto nel deserto.  Sono spossati fisicamente e con il morale a terra.  La notte è talmente freddo che molti sono costretti a bruciare la giacca o le scarpe per riscaldarsi. Per cucinare si usa la paglia.  Fatti spogliare e fare una doccia tutto il vestiario è ritirato e bruciato in alcuni forni.  Periscono incenerite anche le migliaia di pidocchi, che da mesi hanno tenuto fastidiosa compagnia! Assegnano a ciascun prigioniero: una giacca leggera color cenere con una toppa di stoffa nero quadrata cucito dietro le spalle, pantaloni lunghi con banda nero, scarpe nuove, sapone per la pulizia e persino dentifricio con spazzolino da denti.

Guerre 1939-1945. Bangalore. Camp 2. Prisonniers de guerre italiens. Communion donnée par un délégué apostolique. Word War II. Bangalore. Camp 2. Holy communion given by an apolostic delegate.

Italians Taking Communion in a British Camp in India 1943

(ICRC V-P-HIST-03474-19A)

Suddenly, everywhere I looked, I saw the black diamond sitting squarely between the shoulders of a light colour jacket and shirt, as well as the black stripe down the leg of shorts and trousers.

Many of the clothing items the Italian soldiers brought into the camps in Egypt were infested with lice or fleas.  It makes sense that these uniforms were burnt and new ones issued.

In May 1943 it was reported that Italian casualties (deaths, missing and prisoners of war) were 400,000. 

Logistically, how did the Allied Forces procure 400,000 replacement clothing and find staff to sew on patches.

And what did these patches represent!  Was there a code relating to intended destinations for the prisoners? Or was the allocation of uniforms random?

Prisoners of war in England wore a dark coloured uniform with either a pale coloured circle shaped patch sewn on the right leg or a diamond patch on the right leg.

Emilio Clemente is standing on the right of the photo

Prisoner of War Uniforms with patch on right trouser leg

English Prisoner of War Camp courtesy of Mimosa Clemente

Then I noticed an Italian prisoner of war in November 1941 at Cowra camp wearing a black diamond shaped patch on the backside of light coloured trousers.

The Italians who arrived in Australia during 1941, was transferred directly from Egypt to Australia. Did they receive these pants in Australia or Egypt?
Answer: Egypt, because once in Australia, the Italians were issued with their Australia POW uniform.

The strap is taken from a uniform jacket issued to enemy prisoners of war and civilian internees held in Australian camps during the Second World War.  (AMW Relic 32594)

The official Australian prisoner of war uniform was disposal Australian Army khaki uniforms which had been dyed burgundy as is illustrated in the above photograph. The men were allowed to keep other clothing to be worn only inside camp or for farm work, this included their national uniforms.

Guerre 1939-1945. Nouvelle-Galles du sud, camp de Cowra. N°12, Section D. La cantine. War 1939-1945. New South Wales, camp of Cowra, n°12, section D. The canteen.

Canteen at Cowra Camp November 1941

(ICRC V-P-HIST-01879-32B 1941)

At Campo 306 Geneifa Egypt prisoners of war were photographed wearing the black diamond pants with dark shirts and there are groups of Italians wearing the black stripe pants and black diamond shirts. A pattern seems to emerge: prisoners once processed in Egypt were given clothing: 1. pale coloured pants with a black stripe and pale coloured shirt with a black diamond OR 2. dark coloured shirt and pale coloured pants with a black diamond on the backside of the pants.

Geneiffa, camp N° 306. Fourneaux.

The Kitchen at Geneifa Camp 360 Egypt (ICRC VP-HIST-00851-25)

The photo below was taken in 1943, Italian prisoners of war in Melbourne after arriving from India….black stripe on pant!

(1943). Italian Prisoners of War – Italian prisoners of war on their way to a prisoner-of-war camp, following their arrival in Australia.

(National Archives of Australia)

Cowra, NSW. 1944-02-03. Italian prisoners-of-war from No. 12 Prisoner-of-War Camp using a heavy duty pulley block and tackle to pull down a large tree in a paddock near the camp. (AWM Image 064137, Photographer Geoffrey McInnes)

Was the allocation of clothing random?

Was the use of stripes and diamonds random?

Did your father or grandfather mention the POW uniforms?

Has anyone else noticed these uniforms with patches or stripes?

Have a look at photos taken of nonno or papa in the camps of India?

The USA appear to have adopted a completely different approach as is indicated by the P.W. stamped on both shorts and shirts of these German prisoners of war.

German Prisoner of War Uniforms

(from Military Law and Vigilante Justice

in Prisoner of War Camps during World War II

Mark M. Hull, PhD, JD, FRHistS January-February 2020 MILITARY REVIEW)