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Tobruk (Libia) 21 gennaio 1941 Part 2

Feature Photo Above: Gianni Senici, Durante il servizio militare in Libia (1936-1938) (photo courtesy of Fabrizio Senici)

Below is an extract from the book P.O.W. No. 48664 Prisoner of War written by Fabrizio Senici. Disponible su / Available on: AMAZON  and IBS LIBRI

Part 2…

Italian Prisoners of War at Tobruk (AWM Image P10989.002 Photographer: Cartledge, Bryan Hammersley)

Siamo dentro, al riparo. Buio, paura e silenzio: penso a come devono essere spessi questi muri per chiudere fuori tutto quel casino.

Paura, buio, silenzio: nessuno di noi ha il coraggio di parlare. Anche il sergente sta zitto. Qualche colpo di tosse, qualcuno tira su con il naso, ognuno ascolta solo il bum-bum del suo cuore. Silenzio, paura e buio: piano piano i miei occhi si abituano alla poca luce che filtra dalle feritoie.

Faccio la conta di quanti siamo, cerco qualcuno che conosco, ma non conosco proprio nessuno. Solo che mi è sembrato che uno parlasse bresciano e almeno questo mi fa sentire meno solo.

Il sergente sa che tutti ci aspettiamo da lui una decisione. Siamo tagliati fuori da qualsiasi contatto e spetta a lui decidere della nostra sorte. Mi guardo intorno mentre la polvere gioca e balla nei fasci di luce delle feritoie e nella nostra puzza di paura. Il mio sguardo incontra gli occhi del sergente che sembrano non vedermi, mi passano oltre. Ostia. Siamo tutti gnari [ragazzi] di poco più di vent’anni, spauriti, gente che fino all’anno prima faceva il contadino, l’operaio, il magüt [il carpentiere] e ora è solo carne da macello. Quando inizia a parlare capisco che il sergente è un uomo buono.

«Ragazzi, qui è finita, non c’è più niente da fare» dice e la sua voce mi fa capire tutta la sua stanchezza.

«Che cosa facciamo, sergente?» chiede una voce.

«Non lo so, sacramento, non lo so proprio» risponde il sergente. E poi continuando: «In quanti siamo qui dentro? Dài fioi, contiamoci».

Allora mi faccio forza e inizio io: «Uno» dico, e poi altre voci: «due, tre, quattro, cinque, sei, sette. Dov’è il bambino? Dov’è Mario?» chiede

qualcuno in veneto. Non so chi sia questo “bambino”, questo Mario, ma posso immaginare che sia il più giovane di quel gruppo.

«Non l’ho più visto da un po’» dice un altro veneto, da questo capisco che sono tre che si conoscono, magari dei compaesani.

«Allora in quanti semo?» continua il sergente.

«In sette, sergente, qui dentro siamo in sette» risponde pronto il caporale.

«Chi cazzo è che sta piangendo?» la voce del sergente adesso non è più così buona: «Dài che siamo uomini del Duce, ostia!».

Sono stanco morto. Da tre giorni scappo come un topo da un rifugio all’altro e mangiare non se ne parla, figurarsi il bere. Mi lascio scivolare

lungo il muro e quando il mio sedere tocca terra mi sento come un sacco svuotato e penso che potrei anche morire così.

Guardo il sergente. Tutti guardiamo il sergente. C’è più luce adesso che gli occhi si sono abituati. Lui si toglie l’elmetto, si asciuga il sudore con il dorso della mano lasciandosi una striscia nera sulla fronte. Ci squadra a uno a uno. Poi parla. Con voce forte e chiara, an che lui è veneto, o trentino: «Ascoltatemi bene tutti, qui non c’è più un cazzo da fare. Da ieri gli ufficiali non rispondono e secondo me se la sono già svignata perciò se non vogliamo crepare, e io non vi voglio sulla coscienza, non ci resta che arrenderci».

Silenzio.

«Però, quando usciamo da qui, che nessuno si metta in testa di fare l’eroe».

«Che cosa dobbiamo fare sergente?» chiede il bresciano.

«Usciamo da qui con le mani sopra la testa. Lasciate qui le armi» risponde lui.

«Qualcuno sa l’inglese?» chiede una voce.

«Che cosa ci faranno, sergente?» chiede un’altra.

Adesso tutti prendiamo il coraggio di parlare e sembra un pollaio.

«State zitti tutti» urla il sergente, ma poi si calma.

«Non lo so» dice sconsolato «non lo so!».

Detto questo, si fa largo nello spazio angusto del bunker, mette mano alla pesante maniglia in ferro e si decide a uscire.

«Dài andiamo fora dai cojon, stiamo uniti, proviamo a stare tutti insieme».

«Padre nostro che sei nei cieli…» qualcuno sta pregando a mezza voce.

«Chi cazzo è che prega, ostia, non è il momento di pregare» urla di nuovo il sergente e aggiunge: «Dài fuori di qui. FUORI!».

23rd January 1941 TOBRUK – THE DEFENCE POSITION ON THE ROAD APPROACHING TOBRUK. NOTE WIRE, CONCRETE PILLBOX & THE ANTI TANK GUN THAT WAS RESPONSIBLE FOR THE DESTRUCTION OF THE Y.M.C.A. CAR. (NEGATIVE BY F. HURLEY).

Tobruk (Libia) 21 gennaio 1941 Part 1

Above Featured Photo: Gianni Senici 1985. Aged 69 years.

It is a privilege to honour the journey of Giovanni Senici, as recreated by his son Fabrizio Senici in his book P.O.W. No. 48664 Prisoner of War. Fabrizio has researched extensively his father’s story which included a visit to Australia in 2017, to walk in his father’s footsteps. Disponible su / Available on: AMAZON  and IBS LIBRI

Part 1…

Non riesco a credere che sono ancora vivo. Mi appoggio al muro, chiudo gli occhi e cerco con la mano la mia piastrina di riconoscimento. Mi dà sicurezza quel pezzo di ferro con su il mio nome. Se dovessi morire, penso, almeno sanno chi sono.

Sì, perché qui si aspetta solo di morire. Certo, se mi avessero detto che la guerra era questa, mica sarei partito fischiettando da Concesio quando mi hanno richiamato il 1° maggio.

Ho in mente questa cosa da stamattina, quando per un momento le bombe hanno smesso di fischiarmi sopra la testa. È stata dura perché sono due notti che ci bombardano. Da terra, dal mare e dal cielo. Sembra la grandinata del 1936. Una grandine così a Brescia non l’avevano mai vista. I chicchi erano grossi come uova e hanno spaccato su tutto: tetti, carri, le automobili, i vetri delle case. Ecco, le bombe degli inglesi oggi hanno fatto quella stessa roba lì, solo che i buchi sono molto più grandi.

Sono due giorni che me ne sto rintanato nella mensa ufficiali. E chi ha più avuto il coraggio di mettere fuori il naso! Sono un cameriere io, mica uno che spara. E per fortuna che non mi sono più mosso da qui, se no addio Gianni, e chissà perché rido mentre sento gli areoplani che volano bassi su Tobruk. Sarà la paura.

È mattino presto, quasi l’alba. Spio fuori dai sacchi che abbiamo messo da dieci giorni fuori dalle finestre della sala mensa. I caporioni lo sapevano da un bel po’ che saremmo stati attaccati, ma si sono guardati bene dal dircelo.

E gli ufficiali allora? Ah, quelli poi sono tutti impazziti. Qui non si capisce più niente di chi comanda e di chi non comanda. Prima ti danno un ordine, poi te ne danno un altro e intanto giù bombe. Non ho ancora finito di pensare a questa cosa che entra di corsa un alto ufficiale. Riconosco che è un colonnello dalla torretta con le tre stelle d’oro che porta sulla divisa. È tutto impolverato e perde sangue da un braccio.

Sono da solo qui dentro, e non ci dovrei stare. Che faccio? Lo saluto o non lo saluto? Poi scatto sull’attenti: «Soldato semplice addetto alla mensa ufficiali Senici Giovanni, 67a divisione Sirte» dico, e resto lì aspettando un ordine di “riposo”, ma quello passa fuori che sembra non vedermi nemmeno, allora mi rilasso e gli dico: «Sta bene, signor colonnello?».

Lui si gira, si tocca il braccio e sorridendo senza guardarmi mi dice: «Stavo meglio prima. Comunque non è niente, soldato. Grazie».

Ostia! Mi sorprende di più quel “grazie” che non trovare un po’ di acqua qui a Tobruk, e allora gli rispondo: «Prego, signor colonnello» ma in verità avrei voluto chiedergli «Che facciamo?».

E lui fa una cosa che non dimenticherò. Mi mette il braccio sano sulla spalla e mi dice: «Pensa a portare a casa la pelle, giovanotto, che qui siamo tutti come morti che camminano» e così dicendo se ne va: apre la porta delle cucine ed esce come se niente fosse, aggiustandosi l’elmetto sulla testa.

Volevo dirgli di stare attento, ma mi rimetto dietro i sacchi e lo vedo, testa alta e petto in fuori, attraversare la piazza dove ancora resiste il monumento di Mussolini con la scritta VINCERE.

Guardo quel colonnello gentile che mi ha detto “grazie” e un momento dopo non c’è più. Una granata li ha disintegrati insieme, lui e il monumento di Mussolini.

D’istinto mi tiro indietro. Ho le orecchie che fischiano per il gran botto e il cuore che batte forte in gola. Mi viene da piangere tanta è la paura. Me lo diceva sempre mio padre che noi soldati siamo solo carne da macello e che i governi sono i macellai. Non gli volevo credere, l’era semper cioc. [era sempre unbriaco]

Mi siedo su una seggiola e accendo una Milit. Tiro lunghe boccate che sentono proprio di merda e bruciano la gola e mi ricordo che ho sete.

Acqua dai rubinetti non ne viene, gli inglesi hanno bombardato per prima cosa i nostri pozzi. Allora mi attacco a una bottiglia di vino spumante mezza vuota, lì da chissà quanto.  

Adesso qui dentro, in questa cucina, è tutto calmo. Fuori c’è la guerra: scoppi, boati, urla, i cingolati che fanno un fracasso della madonna, ma qui dentro c’è una pace che si sta quasi bene. Mi fumo la mia sigaretta fino a scottarmi le dita e finalmente mi decido ad alzare il culo dalla seggiola.

Dài, forza, mi dico che l’ultima sigaretta l’ho fumata e poi penso che morirò come quel colonnello. Torno a guardare fuori dai sacchi e vedo un gruppo che corre rasente il muro del palazzo ad angolo e allora vado: mi affaccio fuori dalle cucine e prendo tutto il coraggio che ho per uscire fuori allo scoperto.

Davanti a tutti c’è un sergente che grida forte per farsi sentire sopra gli scoppi, la polvere e la gran confusione. Corro con loro con le mie braghe bianche da cameriere. Capisco che faccio anche un po’ ridere.

Tutti gridano tutto:

«Corri, corri!».

«Non fermarti!».

«Caporale, raduna i tuoi!».

«Dài, dài veloci, veloci, madonna!».

«Tenete giù la testa, tenete giù la testa!».

«Oh sergente, sono da tutte le parti questi inglesi di merda!».

Ci fermiamo un momento. Al riparo di una casa sventrata. Giro lo sguardo sui miei compagni, ma non ne conosco nessuno. Per forza mi dico, a Tobruk saremo in ventimila.

«Telefonista, chiama il comando, chiedi rinforzi!».

«Comando, comando, qui è la sessantasettesima… comando, comando… non rispondono, sergente!».

«Ma dov’è il 6° con i 50 millimetri, dove cazzo sono?».

«Dài, via di qui, non c’è più niente da fare!».

«Dài via di lì, venite via!».

«State giù, state giù!».

«Dài tutti dentro qui, al riparo, al riparo!».

Sapevo che la città era piena di bunker che sarebbero serviti proprio in caso di ultima, estrema difesa. Quelli davanti aprono con fatica la pesante porta in metallo che non vuole saperne di cedere sotto le spallate disperate dei primi della fila. Finalmente entriamo. C’è puzza di cantina ammuffita.

«Sergente, non si vede una madonna qui dentro».

«Caporale mettiti allo spioncino».

«Oh sergente fuori è pieno di inglesi».

«Caporale, non sono inglesi sono australiani».

«Peggio ancora, al corso ci hanno spiegato che questi sono come delle bestie!».

23rd January 1941 TOBRUK – LOOKING ALONG THE PIAZZA BENITO MUSSOLINI, AFTER THE ENTRANCE OF THE BRITISH FORCES. (AWM Image 005416 NEGATIVE BY F. HURLEY).