Prigionieri in India

The history of Italian prisoners of war in India is a grey’ area for me.  I do not read Italian, and many of the books and articles written about this history is in Italian.

But this history is part of the journey of the Italians prisoners of war who arrived in Australia from 1943 – 1945 and so with my friend ‘Google translate‘ I try to read about this period of imprisonment.

The following extract is by: Edmondo Mazzinghi Testimonial Yol-La mia avventura

Take the time to open the link as there are many drawings of the camps, the tents and the barracks.

The following extract makes sense of a common breach in discipline for Italian POWs in Australia: fastening ground sheet to bed. This was something that the Italians did in India camps, which allowed them a little privacy…

I separé. 
Alcuni nella nostra baracca, come nelle altre, dispongono pezzi di stoffa sui lati della propria branda, come a formare dei separé. Sentiamo la necessità di raccoglierci nei nostri pensieri, di isolarci, per quanto possibile, anche dagli amici, di non vedere nessuno. Vengono così distesi dei fili di ferro, corde o regoli di legno, in modo da appenderci quella stoffa che riusciamo a racimolare, per lo più lenzuola logore e messe in modo da formare una piccola stanzetta che comprende la branda, la sedia e il bureau. Ci isoliamo pur consapevoli di fare cosa sgradita anche ai compagni di sventura e lì dentro al separé non rimane che leggere, dormire, pensare od osservare il tetto di eternit che ci sovrasta.
Ma anche questi separé, col passare del tempo, non riescono a metterci la tranquillità sperata, anzi è sufficiente che qualcuno faccia un movimento o un suono che subito ne nascono litigi o risse.
La pioggia cade con monotona insistenza, le gocce d’acqua picchiano incessanti sulle lastre ondulate di eternit che coprono le nostre baracche dove da quattro anni abbiamo la nostra dimora. Ci troviamo nel bel mezzo della stagione delle grandi piogge, che per tre mesi continui dell’anno cadono sull’immensa catena dell’Himalaya.
Sono le quattro del mattino, non riesco a riprendere sonno. Sta per sorgere un altro dei tanti giorni della prigionia; quanti ne sono trascorsi, non ricordo; certamente tanti, ma quanti ancora ne dovranno passare ? Sono nella stanzetta di legno, nel separé con i miei amici Russo, Menichini, Garetti, Radoccia, Marcheselli, tutti tenenti dello stesso reggimento: un pugliese, un napoletano, un piemontese, un abruzzese e un emiliano. Io il “toscanino”.
Anche oggi abbiamo avuto una lunga discussione animata sulla pronuncia di una parola; poi con l’aiuto di altri amici toscani e di un piccolo dizionario, apparso chissà come, ho avuto ragione. Quasi me ne dispiace, è già accaduto altre volte. Ma questi toscani !
Il “vecio” il piemontese, si rigira sul letto e dà un colpo di tosse, forse anche lui non dormirà. Povero vecio, è stato tutto il giorno a studiare quelle sue equazioni differenziali.
Lamenti quasi umani lacerano l’aria e s’infiltrano attraverso le pareti di tavole nella baracca. Sono sciacalli che scendono dalla montagna e oltrepassato il doppio reticolato, corrono veloci verso i depositi di rifiuti delle cucine dove trovano da mangiare. Poveri animali, anche loro lottano per sopravvivere. Forse la nostra presenza e i nostri avanzi del magro pasto serviranno a qualcosa.
Dodicimila siamo rinchiusi in questi campi, senza sapere quanto ancora dovremo starci. Povera mamma, mi hai lasciato, non hai resistito alla mia lunga assenza; però sapevi che ero prigioniero e che ero salvo. Ma perché volli scriverti fra le righe, in modo da evitare la censura, che io stavo come a S. Matteo a Pisa ? cioè un carcere ? Volli che tu sapessi che io stavo male, al contrario di quanto vi si faceva credere. I prigionieri inglesi in Italia si sapeva che venivano trattati bene, ma noi no, eravamo diventati dei numeri, solo numeri da conta. Per me fu uno sfogo, per te forse quella notizia fu il colpo di grazia e così quando ritornerò non ti rivedrò più.
Piango nel caldo umido della notte che invade la baracca; piano piano, non voglio che mi sentano i miei compagni. Un forte rovescio d’acqua e un altro ancora e di continuo s’infrangono sul tetto e il rumore diventa assordante. Oh ! Posso piangere senza trattenermi: sudo e piango con la pioggia e l’incubo finisce; m’addormento.
Un lento e dolce squillo di tromba ci sveglia. Non è la tromba irruenta e bersagliera della sveglia italiana. E’ una tromba che sembra dispiaciuta di svegliare, ma che però ordina di tornare alla realtà. Che notte è stata anche questa. Lunga notte di tormento.
– Ohé ! sveglia, facciam press – ci voglion contare ancora ! –
– Uh ! che bellezz ! ma quando finirà sta storia. E piove e ‘un la smette più ! –
– Guarda tuscanin, anch’io ci ho la muffa sulle scarpe ! –
Russo, il più anziano di noi, con l’asciugamano sulle spalle e il sapone in mano apre la porta e esce per andare a lavarsi, quando è investito da uno che corre urlando parole incomprensibili; poi mentre si allontana fra la pioggia si capisce meglio:…

V-P-HIST-03469-34.JPG

Group II Italian Prisoner of War Camp India

(ICRC V-P-HIST-03469-34)

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